Benvenuti a bordo del treno musicale di Musicatonica, dove esploriamo le storie di artisti che trasformano note in emozioni e ritmi in viaggi.
Oggi, siamo entusiasti di sollevare il sipario sulla genialità sonora di un artista senza paura di rompere gli schemi. Ci troviamo di fronte a STRE

Ciao STRE! Cominciamo con il tuo passato musicale: hai suonato la batteria in varie formazioni e sei stato il frontman dei Gruppo Sanguigno. Come ha influito questa esperienza sulla tua evoluzione artistica e sulla decisione di intraprendere una carriera come solista?
Ciao a voi! Ho fatto la gavetta vera, quella dei “localini” con 4 gatti davanti, dei pub, dei centri sociali, ecc... Si può dire che l’unica cosa che non abbia mai fatto siano stati i matrimoni. Ho imparato tanto da queste cose, sia musicalmente che umanamente. Penso che la cosa più importante che abbia appreso è che bisogna dare sempre il massimo, sia che ci siano 10 persone davanti, sia che ce ne siano 10.000. Si dice molto spesso che suonare davanti a tante persone sia molto più difficile; è una cazzata gigantesca. Meno persone ci sono davanti più guarderanno da vicino i tuoi errori e poi “gasarsi” con una folla oceanica davanti è molto più facile. Provate a “gasarvi” con 5 persone davanti che parlano e mangiano un panino, poi ne riparliamo. A teatro meglio ancora, il pubblico non lo vedi manco, ti sembra di essere da solo in stanza, ti senti a casa. Avere una band comporta tante rogne e complicazioni sull’organizzazione di qualsiasi cosa, specialmente se sei tu il leader e tutto fa capo a te. Con il gruppo ho cambiato tantissime formazioni, restando sempre l’unico membro “originale”, paradossalmente mi sentivo solista già da anni ma non volevo mai accettarlo, anche per l’idea che ho sempre avuto della musica in generale: per me la musica (specialmente se live) è, sopratutto, condivisione. È un po’ come un viaggio; se fai un viaggio con più persone ti diverti di più ma ti devi fermare ogni due per tre per le preferenze, esigenze e problematiche degli altri. Se sei da solo, ti “diverti” di meno ma vedi più posti, hai più tempo e decidi tu come sfruttarlo. Dopo vari anni ho deciso, per questi e altri motivi, di viaggiare da solo.
2. La tua musica è definita non convenzionale ma mai eccessiva. Come bilanci la tua creatività per mantenere un approccio fresco senza perdere l'autenticità che ti caratterizza?
È tutto istinto, le canzoni restano il 90% uguali a come le ho pensate la prima volta. Non c’è quasi mai un preconcetto su come essere o cosa essere; l’unica riflessione che faccio spesso sull’”essere” è sul pensare a come essere sempre me stesso.
3. Parliamo della tua Napoli. Quanto ha influenzato la tua città natale nella tua musica e nelle tue performance? Ci sono luoghi o atmosfere particolari che ritieni ispirino la tua creatività?
A livello musicale mi ha influenzato, più che Napoli in se, il fatto di vivere in una zona della città dove negli anni ’90 e 2000 si facevano tantissimi concerti, la cultura musicale popolare napoletana però non mi appartiene; sono cresciuto con i cantautori italiani, con il punk californiano, il punk inglese, il rap americano, il brit pop, ecc… Ci sono tanti artisti napoletani che apprezzo e ascolto ma in generale, per quanto mi riguarda, non mi affascina l’idea di utilizzare il dialetto per le mie canzoni. Lo trovo troppo semplice; ancora di più dell’inglese, fa rima e assonanza quasi tutto. Ecco, da creatore di musica è un gioco che non mi diverte, non mi stimola. Per quanto riguarda i luoghi, invece, Napoli è una città meravigliosa ma di solito quando scrivo una canzone cerco più dentro di me che fuori.
4. CARPE DIE", il tuo nuovo album, rappresenta un viaggio sonoro unico, che spazia dall’indie pop all’elettronica, passando per il rock ed il cantautorato, come hai approcciato la creazione di questo album e quali sfide hai affrontato nel tentativo di tradurre concetti così profondi in musica?
Per me la musica è un lavoro, ma è anche un gioco divertentissimo. Diciamo che nel corso degli anni le sfide sono state per lo più di apprendimento, non sono producer da tantissimi anni ma mi ha affascinato molto lo studio della cosa, mi avvantaggia sicuramente il fatto di ascoltare tantissima musica. La sfida più grande è stata sicuramente imparare a fare delle produzioni musicali, tante volte si ha la musica “in testa” ma poi non si sa materialmente come “crearla” su un software, i mezzi e gli strumenti degli ultimi anni mi hanno sicuramente facilitato.

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